Cristoforo Munari, pittore reggiano (1670 -1720): dalla buona tavola alla splendida tela. Prima parte.

Premessa: con questo post inauguriamo un nuovo percorso che ci porterà a raccontare il rapporto fra il cibo e la storia dell’arte.
L’autrice è Olga, qui il suo profilo in fase di aggiornamento nel momento in cui scrivo.

Cristoforo Munari, pittore reggiano (1670 -1720): dalla buona tavola alla splendida tela. Prima parte.

Gli straordinari scorci boscosi intrisi di luce o nebbia, interrotti solo da innumerevoli fiumiciattoli e rigagnoli d’acqua contraddistinguono bene l’antica conformazione territoriale della Bassa Reggiana, punteggiata qua e là di grandi piazze con portico e pievi di campagna.

Il buon carattere, la felice propensione al “godimento del bello e del buono” unito a quella sana “voglia di lavorare” ha infatti da sempre caratterizzato l’indole dei suoi abitanti. E a tavola non si è mai scherzato … neanche nel XVII secolo, quando a Novellara regnavano l’imparruccatissimo Camillo III Gonzaga e la feroce moglie, Matilde d’Este, celebre per complotti, veleni e trabocchetti.

Cristoforo Munari ha lasciato testimonianza preziosa, attraverso la sua opera, del sapiente accordo tra arte e cucina.

Nel filone delle cosiddette tavole “rustiche”, Cristoforo Munari dispone con eleganza le specialità della nostra cucina contadina: il parmigiano-reggiano e il lambrusco, prodotti di eccellenza della fertile terra reggiana, particolarmente orientata all’allevamento di bovini e alla coltura intensiva di vite. Nelle due nature morte, conservate nei depositi di Palazzo Pitti a Firenze e in quella della Walpole Gallery di Londra, parmigiano e lambrusco in fiasco trovano degna collocazione accanto ad un tegamino di uova, a cartocci di salame affettato, prosciutti, verdure e frutta, che presumibilmente come altra proviene dall’antico Ort dla bòuna Sdòra: cocomeri, meloni, mele cotogne, melagrane e tanti, tanti fichi.

cristoforo munari a emiliabyfood

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Nella composizione del 1705 di Reggio Emilia, non sono un liuto e un clavicembalo ad accompagnare l’intonazione di un madrigale ma una chitarra battente per una semplice serenata d’amore.

Cristoforo Munari su emiliabyfood

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Da non dimenticare inoltre la presenza dell’antica ghiacciaia, utilizzata per tenere in fresco le pietanze e l’immancabile pan fat in cà, in quegli antichi forni senza camino muniti di porcilaia o pollaio sottostante; il vecchio forno era pertanto caratterizzato dal ciundór, coperchio di chiusura in legno o in ferro e sappiamo che la bída ed vaca era necessaria per stablìrel. In Munari non si vede ancora la tradizionale ciopa ed pàn a manina ma ancora la morbida pagnotta scura. Tra gli amici del pane emiliano, presso le famiglie di tradizione casalinga, ha ancora particolare rilevanza la fuìeda (sfoglia), sempre preparata sulla tuliróla cun la canéla;  tra gli ingredienti necessari alla lavorazione della fuìeda vengono spesso menzionati al cavagnin d’ov frésch e la fareina sdaséda (farina setacciata). Tra i piatti invece più diffusi nella tradizione contadina della nostra bassa ricordiamo la polenta, la zuppa di pane nel brodo, la panata di pane bollito nell’acqua e condito con burro e formaggio grattugiato, la tevdûra con uovo sbattuto nel formaggio grattugiato poi immerso nel brodo di cottura del riso, a sua volta condito con patate, fagioli, piselli, verza, zucca, pollo. Dal maiale, venivano ricavati salame e prosciutto ma anche i grasô e al sânghev frít, da cui la famosa frase: dal gugiól a n’s’búta via gnînt!

Fine della prima parte.

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